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יהודה בן יצחק אברבנאל, Jehuda ben Isaak Abravanel:
Dialoghi di amore.

 

 

Jehuda ben Isaak Abravanel, יהודה בן יצחק אברבנאל:

DIALOGHI DI AMORE, COMPO-|STI PER LEONE MEDICO | HEBREO || Signet mit Putten und Füllhörnern || IN VINEGIA, M. D. LII.
Kolophon FF4r: IN VINEGIA, NELL’ANNO. | M. D. LII. || IN CASA DE’ FIGLIVOLI | DI ALDO. Verso Signet wie oben.

Venedig: Paulus Manutius, 1552.

Octavo. 154 × 102 mm. 228 Blätter. – Lagenkollation: A-Z8, AA-EE8, FF4. Das Signet umrandet von Putten und Füllhörnern auf Titel und letztem Blatt.
Inhalt: fol. A1r: Titel — fol. A1v: weiß — fol. 2r: Mariano Lenzi: Epistola a Madonna Aurelia Petrucci — fol. 3r: Jehuda Abravanel: Dialoghi di amore — fol. 228r: Lagenverzeichnis; Kolophon — fol. 228v: Signet.

Pergament der Zeit auf drei Bünden, der Rücken v. a. H. mit einem Streifen aus festem (Inkunabel-?) Papier überklebt, helle handgestochene Kapitale, Goldschnitt. In schöner Kalligraphie auf dem Vorderdeckel oben: „Dialoghi di Amore di Leone hebreo“.

Provenienz: Aus der Bibliothek der Fugger-Familie zu Augsburg, mit deren Bibliotheksnummer auf dem vorderen fliegenden Vorsatz recto oben sowie einem ovalen Stempel auf fol. 3r. oben mit dem Wapppen und den Buchstaben „R: G: F: B: B:“.
¶ Judah Abravanel (um 1460 – 1525), ältester Sohn von Isaak und Freund Pico de Mirandolas, war Arzt, Dichter und Philosoph. In seinem Geburtsort Lissabon studierte er Medizin und praktizierte um 1483 als Arzt. Nachdem er seinem Vater nach Spanien und Neapel gefolgt war, nahm er in Italien die Praxis wieder auf und setzte auch die Lehrtätigkeit fort. Von den Werken Picos und Ficinos beeinflußt schrieb er sein vorliegendes Hauptwerk über das Wesen der Liebe; ein anderes „De coeli harmonia“ ist verloren. Es verbindet sich hier die platonische Tradition mit der kabbalistischen, indem versucht wird, die Überlieferung des AT mit dem Mythos vom Urmenschen in Einklang zu bringen. So soll der Androgyn des Symposions auf alttestamentliche Tradition zurückgehen. Dem androgynen Menschen entspricht der Gott, wobei Abravanel die kabbalistische Sophien-Lehre zugrunde legt: Sophia wird zur Mittlerin beim Vorgang der Schöpfung, zugleich bei dem der Erlösung, der Rückführung aus der Entfremdung. Cf. Wininger I,4-5. Dazu: Neoplatonismus.
¶ Vierte aldinische Ausgabe des erstmals 1541 bei Paulus Manutius gedruckten und von Mariano Lenzi herausgegebenen, Madonna Aurelia Petrucci gewidmeten Buches, dessen Editio princeps 1535 bei Blado in Rom erschien. Hervorragend gedruckt mit den feinen Kursivtypen jener Zeit, leichter lesbar als die frühen, da mit weniger Ligaturen versehen, nur der Überstrich zur Abkürzung des m/n wird benutzt.
¶ Cf. B. Zimmels: „Leo Hebräus, ein jüdischer Philosoph der Renaissance, sein Leben, seine Werke und seine Lehren“. Breslau, 1886 – Ernst Benz: „Adam, Der Mythus vom Urmenschen“. München-Planegg, 1955. pp. 31-49.

Einband minimal fleckig und stellenweise unwesentlich berieben. Innen fast neuwertig, das Signet in klarem Druck. Sehr schönes Exemplar.

Contemporary vellum. Fourth Aldine edition. Binding slightly stained, internal condition very good.

Renouard 154,13 – cf. Adams A 62 (Ausg. 1549 gleicher Koll.) – BM STC 3 – BibliographienText.
Die Abbildungen stammen aus meinem Katalog Nr. 7; sie geben nicht den originalen Zustand wieder.

 

Filone. Tu hai altra volta inteso da me, o Sofia, che tutto l’universo è un individuo, cioè come una persona, e ognuno di questi corporali e spirituali, eterni e corruttibili, è membro e parte di questo grande individuo, essendo tutto e ciascuna de le sue parti produtta da Dio per uno fine comune nel tutto, insieme con uno fine proprio in ognuna de le parti. Séguita che tanto il tutto e le parti sono perfette e felici, quanto rettamente e interamente conseguono gli offizi ai quali sono indirizzati dal sommo opifice. Il fine del tutto è l’unita perfezione di tutto l’universo, disegnata dal divino architettore, e il fine di ciascuna delle parti non è solamente la perfezione di quella parte in sé, ma che con quella deserva rettamente a la perfezione del tutto, che è il fine universale, primo intento de la divinitá. E per questo comun fine, piú che per il proprio, ogni parte fu fatta, ordinata e dedicata; talmente che, mancando parte di tal servitú negli atti pertinenti a la perfezione de l’universo, le sarebbe maggiore difetto e piú infelice verrebbe a essere, che se li mancasse il suo proprio atto; e cosí si felicita piú per il comune che per il proprio, a modo d’uno individuo umano, che la perfezione d’una de le sue parti, come l’occhio o la mano, non consiste solamente né principalmente nell’essere bello occhio o bella mano, ma nel vedere assai de l’occhio, né ancora nel fare troppe arti la mano: ma prima e principalmente consiste che l’occhio veda e la mano faccia quel che conviene al bene di tutta la persona, e si fa piú nobile ed eccellente per il retto servizio che fa a la persona tutta, perché la propria bellezza è proprio atto; onde molte volte per salvare tutta la persona la parte naturalmente si rappresenta ed espone al proprio pericolo, come vuol fare il braccio, che si rappresenta a la spada per salvazione de la testa. Essendo adunque questa legge sempre osservata ne l’universo, l’intelligenzia si felicita piú nel muovere l’orbe celeste (che è atto necessario a l’essere del tutto, se ben è atto estrinseco e corporeo) che ne la intrinseca intelligenzia sua essenziale, che è il proprio atto: e questo intende Aristotile, dicendo che l’intelligenzia muove per fine piú alto ed eccellente, che è Dio, consequendo l’ordine suo ne l’universo; si che amando e movendo il suo orbe collega l’unione de l’universo, con la qual propriamente consegue l’amore, l’unione e la grazia divina unificatrice del mondo, la quale è il suo ultimo fine e desiderata felicitá. — De la comunità d’amore, dialogo secondo.